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annientamento di luoghi socioculturali

Giù le mani dal Teatro della Dodicesima

Lo abbiamo scritto su questa pagine di quanto sia fallimentare, rinunciataria, miope la politica culturale romana, così lontana dai Nicolini e i Veltroni. E di quanto a tenere in piedi l’anima creativa e artistica e intellettuale della Capitale siano le realtà indipendenti, di base, spesso costrette a contare solo sulle proprio forze e ignorate sistematicamente dalla cosa pubblica. Oggi vi raccontiamo di chi lavora per un quartiere lontano da tutto e tutti, soprattutto da chi occupa scrivanie e scranni da cui si decidono i destini di chi popola quartieri difficili, urbanisticamente massacrati da palazzinari e politici che li hanno lasciati fare, da un’amministrazione incapace di rendere più inclusiva una metropoli dispersa e dispersiva. Al Teatro della Dodicesima ci andai per la prima volta con Roberta Mattei, attrice di grande talento che ricorderete, tra le altre cose, per i film Non essere cattivo e Veloce come il vento. Mi presentò suo fratello, Massimo Mattei, e sua mamma, Maria Giovanna Otranto. Ne avevo già sentito parlare di questo piccolo angolo di cultura a Spinaceto, dell’eroismo civile che anima questa famiglia da anni, di questo baluardo di bellezza che si ostina a resistere tra palazzoni, strade troppo buie e qualche problema di troppo. Ma quando me lo sono trovato davanti, ho capito quanto fosse prezioso, fondamentale quel presidio di civiltà. La sua storia nasce il 21 aprile del 1990: sì, coincide con il compleanno di Roma quello del teatro di via Carlo Avorio 60. “È in un giorno di primavera che un gruppo di persone, mosse dalla passione, dalla volontà e dall’amicizia, hanno deciso di associarsi e rimboccarsi le maniche per realizzare nel proprio quartiere uno spazio culturale aggregativo per giovani ed anziani, che con il tempo è diventato uno dei più importanti poli culturali del Municipio IX, conosciuto e stimato in tutta la Capitale”. Così si legge sul sito www.teatrodelladodicesima.it, dove si parla di “missione culturale” e, con umiltà, delle tante iniziative, dai festival alla Scuola Professionale per Attori, dalle rassegne cinematografiche fino ai laboratori e ai corsi, un richiamo per giovani che altrimenti, lì vicino, sprecherebbero le loro vite in altro. Un prato che l’estate si anima, un palco con 100 posti a sedere di fronte che ospita compagnie indipendenti, un luogo di formazione e cultura. Bene, direte voi, quante centinaia di migliaia di euro diamo a questi benefattori noi romani? Zero. In trent’anni neanche una lira prima e un euro dopo. Il Comune è stato capace di assegnar loro la porzione della ex scuola media Mameli, senza mai perfezionare l’atto e quindi non chiedendo un affitto. E ci mancherebbe, visto che l’edificio era in disuso già da tre anni e l’associazione ha provveduto alla manutenzione ordinaria e straordinaria in questi anni, ha tenuto in piedi la vita culturale del quartiere senza alcun aiuto pubblico fino a ricevere una Medaglia Celebrativa di Roma Capitale (tra i più alti riconoscimenti capitolini). Quello stesso Comune ha pensato bene pochi giorni fa di mandare una missiva, a loro e altre 500 (cinquecento!) realtà simili, di rilascio dei beni di proprietà del Comune con tanto di minaccia di sgombero. Lo stesso ente premia e poi caccia. Un attacco meschino e vile a un sistema che ha tenuto in piedi la cultura in questa città. Ha le sue radici nella giunta Marino, nella “famigerata” delibera 140, nata per creare ordine nelle troppe proprietà del Comune dimenticate dallo stesso, per far cassa con gli affitti mai riscossi e riassegnare i beni riacquisiti. Roberta, Massimo e Maria Giovanna, facce volitive e sorridenti, le facce belle di chi fa tanto e parla poco, non ci stanno. “Semplice, ci sbattono fuori, noi e tutte le altre realtà con il pretesto che, essendo formalmente irregolari, non possiamo continuare ad utilizzare quei locali. Non solo, siccome li abbiamo utilizzati per 10, 20 o 30 anni dobbiamo, adesso, pagare gli affitti che fino ad ora non sono stati versati”. Per inefficienza comunale, loro ci hanno pure provato. “In sintesi quindi la soluzione è: siccome la causa di tutta questa situazione è la politica e l’amministrazione che per la loro inerzia hanno costretto le associazioni a lavorare in un eterno stato di incertezza e precarietà, facciamo giustizia: colpiamo le associazioni”. Tipico, italianissimo e ancora più romano. Anche perché questa procedura, lo abbiamo visto con il ricorso del C.S.O.A. Auro e Marco, è illegittima. Una sentenza ha condannato Roma Capitale a pagare le spese legali, oltre ad annullare l’atto di riacquisizione. Una clamorosa dimostrazione di un Comune che si rende ridicolo con la sua incapacità politico-amministrativa di gestire la città, di un modus operandi arrogante e autolesionista. Io, Boris Sollazzo, pretendo, da cittadino e uomo di cultura, che il Teatro della Dodicesima venga difeso da chi dovrebbe proteggerlo e aiutarlo. Che non faccia la fine di altre realtà che sono state sgomberate e i cui locali, un tempo pieni di vita intellettuale e creativa, ora sono in rovina, degradati, abbandonati. Queste 500 realtà si sono ritrovate l’8 febbraio proprio lì, per reagire e resistere. Un’assemblea pubblica che è solo la prima di tante e a cui tutti dovremo partecipare. Per aiutarli in una battaglia di civiltà. Cominciamo da questo luogo magico, da questa famiglia eroica: giù le mani dal Teatro della Dodicesima.

Boris Sollazzo

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