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Il Pres. dell’Aula Giulio Cesare torna

De Vito, ritorno in Aula a testa alta

Archiviato il tempo dei linciaggi sul web destinati agli indagati. Il ritorno di Marcello De Vito fresco di scarcerazione sullo scranno dell'Assemblea Capitolina segna un altro passo dell'adeguamento dei pentastellati. Molti applausi e pochissime critiche, per lo più sottobanco. Un ritorno per restare, annuncia De Vito. “Il tempo mi darà ragione”, premette Marcello De Vito, convinto che l'inchiesta “stadio”, almeno per il suo fronte, si sgonfierà come un palloncino. E poi per la stampa la formula di rito: “Massima fiducia nella magistratura”. Il saluto a Virginia Raggi a tu per tu prima di entrare in aula Giulio Cesare, l'abbraccio ai colleghi più cari, e poi il diktat: “Resto oppure sfiduciatemi”. Certo che il quorum non sarà mai raggiunto.

DE VITO CITA TORTORA

È il 21 novembre, otto mesi dopo l'arresto, tre giorni dalla revoca dei domiciliari. Elegante, sollevato De Vito pronuncia le sue prime parole in aula: “Dunque, dove eravamo rimasti”, formulate in latino “Heri dicebamus”. Parole prese in prestito da Enzo Tortora al rientro dalla sua odissea giudiziaria, tanto per ribadire l'abbaglio di piazzale Clodio.

L’OPPOSIZIONE: “RIFLETTA BENE”

Le opposizioni, da sempre più garantiste, fanno sentire flebilmente la loro voce: “Rifletta sull'opportunità della sua permanenza alla guida dell'Aula”, è la voce che rimbalza. “Dobbiamo valutare per le dimissioni”, dice il consigliere Davide Bordoni, FI. Alzano appena i toni solo il capogruppo del Pd Giulio Pelonzi e di Fdi Andrea De Priamo: “Non ne facciamo una questione personale. Rappresenta la Capitale è giusto che lasci. È tuttora sotto processo per corruzione”.

STEFÀNO: “LA LEGGE LO CONSENTE, MA C’È ANCHE UNA QUESTIONE ETICA”

A sollevare la polemica ci pensa tra gli interni il consigliere 5stelle Enrico Stefàno, che per mesi lo ha sostituito alla presidenza dell'assemblea capitolina, fino alla decisione a luglio di dimettersi, visto che con De Vito formalmente in carica non aveva poteri. “Purtroppo”, ha premesso in aula e poi in un lungo post, “ho il difetto di essere coerente e di dire sempre quello che penso, finora non mi ha portato molta gloria, pazienza”. “Dal punto di vista umano non posso essere che contento per Marcello ed essere vicino a lui, felice che sia tornato in libertà”, chiarisce, “C'è però poi un punto di vista politico, di opportunità di rispetto verso le istituzioni. Il Presidente dell'Assemblea Capitolina è un ruolo terzo, super partes, imparziale, che per la sua natura deve essere al di sopra di ogni sospetto. Rappresenta tutta l'assemblea, che a sua volta rappresenta tutti i cittadini dato che i consiglieri sono eletti direttamente. È una delle massime cariche della città di Roma e la rappresenta nei più alti momenti istituzionali”. “Per questo” conclude “ho chiesto al Presidente, pubblicamente e mettendoci la faccia, in aula che deve essere sempre il luogo per esprimersi, se sia opportuno che lui ricopra questo ruolo in questo delicato momento e con un procedimento penale, con accuse gravi in corso. La legge glielo consente, ma non sempre, ciò che etico e giusto va di pari passo con la giustizia formale”. A parte Cristina Grancio, passata da tempo nel gruppo misto, che per protesta ha lasciato proprio l'aula, i grillini però non si sono sperticati in critiche e linciaggi, come ad esempio quelli riservati al sindaco Ignazio Marino per il caso scontrini, chiuso con una assoluzione piena.

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