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Quasi 12 miliardi di 'buffi' insoluti

Debiti di Roma? Si paga alla romana

Camera dei deputati - L'audizione del Commissario straordinario per il Piano di rientro di Roma, lo scorso 10 maggio.
Camera dei deputati - L'audizione del Commissario straordinario per il Piano di rientro di Roma, lo scorso 10 maggio.

Il mostruoso debito romano continuerà a pagarlo l'intero Paese. Tutti i contribuenti italiani. Quelli di oggi e quelli di domani almeno fino al 2048. Anzi, come vedremo, li pagano anche gli stranieri. La Capitale non può fallire – è il dogma che dal 2008 fa lanciare il salvagente dai piani alti del potere al Campidoglio. Dopo i vari decreti salva-Roma, concepiti e messi in campo dalla “casta” contro la quale i grilli in salsa leghista dicevano di voler combattere, è arrivato il travagliato decreto cosiddetto crescita (si stima +0,1% del Pil… ) con un trattameno ad hoc per “Roma Ladrona”. «Una nuova legge, ma la sostanza non cambia: è come il gioco delle tra carte e alla fine è sempre lo Stato che paga», spiega l'avvocato Rocco Todero, che ha recentamente divulgato un dossier sul caso Roma. “Tutti per uno: la socializzazione delle perdite di Roma Capitale”, questo l'eloquente titolo della pubblicazione diffusa con l'Istituto Bruno Leoni. Approvato in via definitiva dal Senato il 27 giugno, con qualche novità e supercazzola legislativa aggiuntiva, il provvedimento prosegue la tradizione. Lo Stato si accolla buona parte del buco di bilancio. A luglio 2010 la massa passiva era 22 miliardi 453 milioni e 675mila euro e spicci, di cui quasi 5 miliardi e mezzo da accertare. Quindi 16 miliardi e 753 milioni di debiti sicuri. Una voragine in cui ci sono persino debiti riferibili a circa 2.000 pratiche di esproprio relative al periodo 1950 – 1990… A maggio scorso, il Commissario per il piano di rientro ha indicato alla Camera poco meno di 11,9 miliardi, di cui 3 miliardi e quasi 339mila euro “da accertare”. Il grosso riguarda prestiti: oltre 7,8 miliardi, di cui 3 e mezzo per interessi!

DOPO LA LUPA ROMANA, LA MUCCA STATALE
«Roma Capitale si sarebbe dovuta avviare verso la dichiarazione di dissesto finanziario già parecchi decenni addietro - affonda l'avvocato Todero - e l'Assemblea capitolina avrebbe dovuto aumentare nella misura massima consentita i tributi comunali, eccetto la tassa sull'immondizia. Se poi la massa attiva, cioè i crediti vantati dal Comune e non ancora riscossi, non fosse bastata a pagare i debiti, il Campidoglio avrebbe potuto farsi concedere un mutuo ventennale dalla Cassa Depositi e Prestiti. Gli interessi li avrebbe pagati lo Stato, ma il capitale avrebbe dovuto restituirlo Roma Capitale». Invece è andata molto diversamente. Hanno creato per Roma una normativa eccezionale. «A differenza di tutti gli altri cittadini residenti nei comuni che sono andati incontro al dissesto finanziario, i romani non hanno subìto ciò, almeno non come conseguenza del dissesto». C'è stato solo lo 0,4% in più sull'addizionale comunale Irpef. La mostruosità del debito accumulato avrebbe forse generato rate impossibili da pagare alla Cassa depositi senza ridurre all'osso i servizi locali. Non lo sapremo mai. «Il legislatore, quindi governo e parlamento – aggiunge l'avv. Todero – senza rendere pubblica alcuna proiezione di bilancio in grado di rappresentare adeguatamente l'assoluta impossibilità d’applicare con beneficio la procedura ordinaria (la dichiarazione di dissesto, ndr), ha deciso dal 2008 in poi di cucire attorno al dissesto di Roma Capitale una disciplina del tutto eccezionale». Una cosa mai vista prima.

MEZZO MILIARDO L'ANNO DI AIUTI
Chi se la sarebbe presa la responsabilità di dire ai romani che all'improvviso imposte e tasse locali dovevano schizzare al massimo? 
O che per colpa di chissà chi, il Comune non avrebbe più potuto garantire i (già carenti) asili, bus e tram, manutenzioni stradali, raccolta rifiuti eccetera eccetera? E così nel 2008 con il governo Berlusconi si sono inventati la Gestione commissariale: accanto agli uffici, impiegati, tecnici, dirigenti, consiglieri, assessori e consulenti comunali hanno messo un Commissario per curare il piano di rientro dei debiti maturati fino al 28 aprile di quell'anno. Senza nemmeno sapere la reale entità del mitologico disavanzo capitolino. Nel 2010, quando è iniziato a saltare fuori qualche numero – comunque incerto e non definitivo – il governo del Cavaliere ha “messo in campo” un fondo perpetuo di mezzo miliardo di euro l'anno per foraggiare quel piano. 300 milioni dal Ministero dell'economia e delle finanze, mentre i restanti 200 milioni da recuperare con la sovrattassa commissariale di un euro su chi prende l'aereo a Fiumicino e Ciampino e aumentando dello 0,4% l'addizionale comunale Irpef. Accanto alla lupa, Romolo e Remo hanno iniziato ad avere la mammellona statale. E così continuerà ad essere anche ora che i celtici de noantri leghisti e i grillini hanno approvato il decreto “crescita”. Il contributo succhiato ai romani con l'aumento dell'addizionale Irpef non dà nemmeno un terzo del fiume di aiuti previsti per il rientro del debito ( dal 2011 al 2018, poco più di un miliardo e 191 milioni e 163mila euro su 4 miliardi complessivi erogati). Ricapitolando: il 60% del debito è pagato da tutta Italia, il 28% dagli ignari passeggeri che s'imbarcano negli aeroporti di Fiumicino e Ciampino. Solo il 32% grava sui romani. Non vogliamo certo finiscano strozzati dai debiti, ma solo ricordare i fatti oggettivi. 

3,6 MILIARDI DI BUONI COMUNALI
In particolare, il decreto “crescita” si prende cura dei BOC, Buoni Ordinari Comunali, “City of Rome”. Emessi tra il 2003 e il 2005, regnante Veltroni, questi preoccupano in modo speciale nel mare magnum dei debiti del Campidoglio. Funzionano così: l'Ente incassa il “prezzo” di questi titoli e chi li compra riavrà il capitale investito in BOC più gli interessi. Il valore nominale, cioè il “prezzo” incassato dal Comune di tutti i BOC ammonta a 1,4 miliardi, ma con un tasso fisso di interesse cospicuo: 5,345%. 
Un sogno oggi come oggi. Con gli interessi, diventeranno 3,6 miliardi e il Comune li dovrà sborsare in un colpo solo, poiché sono buoni di tipo “bullet”, cioè da rimborsare in un'unica soluzione alla scadenza. La fatidica data è fissata al 27 gennaio 2048. Ecco perché il decreto cossiddetto “crescita” prevede 74,83 milioni di euro l'anno a carico dello Stato: proprio per non dare la fregatura a chi comprò quei BOC. Infatti, non sono stati né vengono attualmente accantonati soldi per quei titoli. Come certe banche spericolate e furbette, anche il Comune di Roma ha avuto il suo paracadute statale. Il Ministero dell'economia si accolla questo enorme debito, con apposito fondo che a fine gioco avrà erogato 2 miliardi e 170 milioni di euro dal 2020 al 2048. «In pratica, è cambiato il capitolo dal quale attingono i fondi, ma la sostanza resta la stessa. Infatti – sottolinea l'avvocato Todero, autore dell'analisi sul tema con l'Istituto Bruno Leoni -, il “nuovo” fondo per pagare i Buoni comunali è finanziato con il solito fondo istituito nel 2010 da 500 milioni di euro l'anno. Quello che più rileva è che i romani non soggiacciono al regime del dissesto finanziario». Significa in sostanza un trattamento di favore. E si è piombati dal dissesto non dichiarato al disastro conclamato. 

QUANDO SI FINIRÀ?
I primi debiti saranno definitivamente smaltiti nel 2028. Con due banche private vi sono 78 mutui, per  2,4 miliardi di euro (di cui 1 per interessi). Sta cercando di rinviare le scadenze il Commissario straordinario del governo per il piano di rientro, il bresciano Alessandro Beltrami, nominato dal governo uscente Gentiloni ad aprile 2018 con stipendio lordo di 180mila euro l'anno. «Ma i margini per la ristrutturazione del debito (cioè diluire i tempi, ndr) sono piuttosto ristretti», afferma. Per tutti gli attuali debiti finanziari ci vorrà il 2044 – ma si potrebbe andare oltre - quando andranno in scadenza i 27 mutui concessi da Cassa Depositi e Prestiti, tutti a tasso fisso con un interesse medio del 4,46% annuo. Ci si è “spesi” anche parte della dotazione futura di 500 milioni annui. Lo ha spiegato Beltrami alle commissioni riunite Bilancio e Finanza della Camera lo scorso 10 maggio: «I precedenti commissari straordinari hanno attualizzato i contributi futuri assorbendo 5 miliardi di euro a fronte di un capitale pari a 3 miliardi di euro circa, generando interessi passivi di circa 2 miliardi di euro». 

NON SI SA ANCORA IL VERO DEBITO
Morale: ogni anno resta a disposizione non più mezzo miliardo, ma 319,8 milioni fino al 2040. Il 23% di questa somma residua è assorbita dai BOC veltroniani. Inoltre «ai 500 milioni l'anno va aggiunto un miliardo e 88 milioni nel periodo 2012 – 2042, interamente utilizzati per un'ulteriore operazione di attualizzazione che, a fronte di un capitale anticipato pari a 570 milioni di euro, ha generato interessi passivi pari a complessivi 518 milioni di euro». E resta la crisi di liquidità, scesa «da un picco di 690 milioni a circa 250». Si attende l'ulteriore verifica del passivo complessivo. Tutto questo walzer di deroghe, mutui, persino pericolosi titoli finanziari “derivati”, per evitare di lasciare i romani senza servizi. Un risultato che politici e burocrati sono riusciti ad ottenere anche senza dichiarare il dissesto finanziario. E nessuno sarà mai chiamato a renderne conto. Il delitto perfetto.  


Corte Costituzionale: i tempi lunghi creano immunità per i politici responsabili del debito
Distorsioni su economia, democrazia e solidarietà sociale per il rinvio dei pagamenti. È il volto più preoccupante della storia del Piano di rientro del vecchio debito di Roma. Lo spiega  la Corte Costituzionale con la sentenza 18/2019, il 5 dicembre scorso.  Per legge infatti i disavanzi comunali vanno ripianati entro tre anni da quando emergono nel bilancio consuntivo. Allungare i tempi significa compromettere i diritti delle incolpevoli generazioni future “facendo gravare su di esse debiti e disavanzi in modo sproporzionato”, scrive la Corte. Oltre “a sottrarre gli amministratori locali al vaglio della loro responsabilità politica nei confronti dell’elettorato [...] in modo da determinare una sorta di oblio e di immunità a favore dei responsabili; “non consentirebbe di supportare con risorse effettive le politiche volte a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. Infine, secondo i giudici costituzionali, questo stile dei debiti a babbo morto, “pregiudicherebbe il tempestivo adempimento degli impegni assunti nei confronti delle imprese, potenzialmente determinandone la crisi”. 


 

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