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Tentavano ancora l'avvio del cantiere

Inceneritore di Albano, arriva l'ultimo “no” dei giudici del Consiglio di Stato FOTO

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La discarica di Albano - roncigliano, al confine con ardea e pomezia - In giallo l'area destinata alla costruzione dell?inceneritore. Foto 1 giugno 2019
La discarica di Albano - roncigliano, al confine con ardea e pomezia - In giallo l'area destinata alla costruzione dell?inceneritore. Foto 1 giugno 2019
I 60 container contenenti i pezzi dell'inceneritore - Abbandonati dal lontano 2010, non sono stati mai stati portati via dalla discarica
I 60 container contenenti i pezzi dell'inceneritore - Abbandonati dal lontano 2010, non sono stati mai stati portati via dalla discarica

Non è un deja vu: l'inceneritore di Albano non si costruirà. Lo ha stabilito il Consiglio di Stato, secondo grado della Giustizia amministrativa, con la sentenza n. 1563/2019 del 21 maggio scorso. Il consorzio proponente, il Co.E.Ma. (Consorzio Ecologico Massimetta), ha tentato di ottenere dai giudici amministrativi la riattivazione delle autorizzazioni necessarie a far partire il cantiere per costruire l'impianto, autorizzazioni che erano decadute da quasi 4 anni. Un tentativo che è stato compiuto dai proponenti nel silenzio generale della politica e dei cittadini che ormai sembrano aver quasi dimenticato la vicenda dell'inceneritore di Albano. I pezzi dell'impianto industriale sono abbandonati all'interno della discarica intercomunale di Albano-Roncigliano dal lontano 2010, chiusi dentro una sessantina di maxi container. L'impianto brucia rifiuti avrebbe dovuto essere il più grande d'Europa e avrebbe dovuto bruciare circa 300mila tonnellate all'anno di spazzatura proveniente dalla Capitale.  

AUTORIZZAZIONI SCADUTE DUE VOLTE
L'Autorizzazione Integrata Ambientale, il documento che concedeva al consorzio Co.E.Ma. il diritto di costruire l'impianto, risale al 21 aprile 2009, rilasciata dalla Regione Lazio durante il mandato dell'ex Governatore di centro sinistra, Piero Marrazzo. Tra  mille proteste di piazza e decine di ricorsi giudiziari, l'autorizzazione è decaduta nel 2012, ma senza che il cantiere sia mai partito. L'autorizzazione è stata però prorogata dalla successiva Giunta regionale guidata dalla Governatrice di centro destra, Renata Polverini, il 28 gennaio 2013. Il termine ultimo per avviare il cantiere era stato fissato però, in modo inderogabile, al 22 novembre 2015: ma i motori delle ruspe non hanno rombato nemmeno in questa seconda occasione. Difatti una sentenza del Consiglio di Stato giudicò illegittimo un decreto di Marrazzo, il n. 147 del 2007, con cui l'allora Governatore nonché Commissario dell'emergenza rifiuti regionale aveva assegnato al Co.E.Ma. mezzo miliardo di euro di soldi pubblici Cip 6. Almeno così stabilirono i giudici con la sentenza n.1640 del 2012. L'Unione europea aveva vietato di utilizzare i fondi a sostegno delle fonti di energia davvero verde, come il solare e l’eolico, per costruire impianti industriali che di 'green' hanno davvero poco. 

SENZA SOLDI PUBBLICI, NIENTE INCENERITORE
In sostanza il Co.E.Ma., avendo perso il beneficio di fondi pubblici, avrebbe dovuto costruire l'impianto a proprie spese. Il Co.E.Ma. è il Consorzio Ecologico Massimetta compostodalla società Pontina Ambiente, proprietaria della discarica di Albano e costola del Gruppo industriale legato al magnate dei rifiuti, Manlio Cerroni; dall'Ama, la municipalizzata dei rifiuti di Roma, e da Acca spa, un'azienda bresciana che produce saponi. L'Acea, altra storica partner del progetto, si è sfilata dall'affare durante il mandato dell'ex sindaco capitolino, Ignazio Marino, nel 2015.

IN GIUDIZIO REGIONE E CONSIGLIO DEI MINISTRI
Al consorzio Co.E.Ma. non è proprio andata giù la decisione della Regione Lazio, guidata da marzo 2013 dal Governatore Nicola Zingaretti, di non prorogare ulteriormente e per la seconda volta l'Autorizzazione Integrata Ambientale. La decisione regionale di stoppare la costruzione dell’inceneritore è stato poi inserita anche in un allegato al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 10 agosto 2016, Consiglio allora guidato dal primo ministro, Matteo Renzi. Entrambe gli atti, la nota regionale e l'allegato al decreto nazionale, non sarebbero inoltre mai stati trasmessi al Co.E.Ma., questa è la tesi del Consorzio. Per la mancata proroga dell’Autorizzazione del 2009 che dava il via alla costruzione dell’inceneritore e per la mancata comunicazione dello stop ad una seconda e ulteriore proroga di questo stesso documento, sia la Regione Lazio che il Consiglio dei Ministri sono stati trascinati in giudizio dal consorzio Co.E.Ma., prima al Tar del Lazio e infine al Consiglio di Stato. I giudici però gli hanno dato torto in entrambe le occasioni.

IN CAMPO ANCHE IL MINISTERO DELL'AMBIENTE
Nel gennaio 2017, nel pieno dello scontro giudiziario, al Consiglio di Stato si è presentato anche il Ministero dell'Ambiente, guidato in quel momento dall'ex Ministro Gian Luca Galletti (Governo Gentiloni). Nella nota che il Ministero ha presentato ai magistrati si legge che il consorzio Co.E.Ma. non solo non aveva avviato i lavori entro il termine ultimo e improrogabile del 22 novembre 2015, ma che non avrebbe nemmeno “relazionato (la Regione Lazio, ndr) con cadenza trimestrale – così scrivono gli avvocati ministeriali ai giudici del Consiglio di Stato – sullo stato di andamento dei lavori e trasmesso entro 12 mesi dalla data di decadenza delle Autorizzazioni (ovvero entro il 22 novembre 2014) la domanda di rinnovo dell'A.I.A.”. “Il ricorso – sentenziano i magistrati della sezione prima del Consiglio di Stato, Paolo Carpentieri e Mario Luigi Torsello – è infondato e deve essere respinto ”.

I GIUDICI BACCHETTANO LA REGIONE
I magistrati non se la sono sentita forse di tirare troppo le orecchie al Gruppo Cerroni, tanto è vero che alla fine della sentenza in cui respingono le richieste del consorzio Co.E.Ma., aggiungono anche alcune considerazioni personali. Il Co.E.Ma. per i giudici ha torto marcio: il cantiere non era stato avviato entro il primo termine del 31 dicembre 2008 e poi del 22 novembre 2015. Ma la decisione della Regione Lazio di non avvertire formalmente il Co.E.Ma. che l'Autorizzazione del 2009 non sarebbe stata prorogata per la seconda volta avrebbe dovuto essere comunicata ai proponenti in via formale. Per questo i magistrati “stigmatizzano negativamente (...) la scelta dell'amministrazione regionale sotto il profilo della leale collaborazione e delle regole di correttezza che devono sempre informare tutti i rapporti giuridici, tra privati e tra privati e pubbliche amministrazioni (…) la decadenza (dell'autorizzazione, ndr) opera automaticamente, senza necessità di alcun atto costitutivo o dichiarativo, sicché la mancata comunicazione ricorrente, se pur criticabile per i profili anzidetti, non si traduce in un vizio invalidante l'atto impugnato”.

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